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Tumore alla prostata: la mia diagnosi, un passo alla volta (dal PSA alla biopsia)

Mi chiamo Mark, sono nato nel 1974 e quando ho ricevuto la diagnosi di tumore alla prostata avevo 49 anni. Oggi, due anni dopo, sto bene. Te lo dico subito, prima di ogni altra cosa, perché se sei arrivato fin qui probabilmente hai il cuore in gola e la testa piena di domande. Ci sono passato anch’io.

Questa è la prima pagina del mio diario. La scrivo per una ragione precisa: raggiungere l’uomo che in questo momento sta vivendo la parte più dura di tutte, quella mentale. Quella in cui aspetti un esame, un risultato, una parola. Non sono un medico e non fingo di esserlo: sono solo un uomo che ha fatto questa strada prima di te ed è arrivato dall’altra parte. Se posso darti una cosa, è questa: speranza, onesta e concreta. (Se vuoi sapere perché ho aperto questo sito, te l’ho raccontato qui.)

Tutto è iniziato per caso, nel 2016

Non sono arrivato al tumore alla prostata partendo dai sintomi. Ci sono arrivato per un’altra strada, quasi per caso.

Nel 2016 io e mia moglie stavamo facendo degli accertamenti per capire perché non arrivava un secondo figlio. Da lì i medici hanno deciso di tenermi sotto controllo con esami regolari: ogni anno il PSA (un semplice esame del sangue) e ogni due anni un’ecografia prostatica. Un dettaglio pratico che ho imparato allora: nei tre o quattro giorni prima del PSA mi raccomandavano di evitare rapporti sessuali e la bicicletta, perché possono alterare il valore.

Il mio PSA si è sempre aggirato intorno a 4, un valore che allora consideravano al limite. Le ecografie non mostravano nulla di sospetto. Così gli specialisti erano tranquilli e orientavano tutto verso un’ipertrofia prostatica benigna (IPB), cioè una prostata semplicemente ingrossata, una cosa comune e non un tumore. Cosa significhi di preciso un PSA “al limite” lo stabilisce il medico, perché dipende dall’età, dal laboratorio e dall’andamento nel tempo. Fino al 2023 non avevo alcun sintomo.

Il primo campanello: qualcosa non tornava

Il primo vero segnale, per me, non è stato il dolore. È stato un cambiamento nella mia sessualità.

Nell’estate del 2023 ho notato un calo rapido della mia sessualità e, per come sono fatto io, mi è sembrato subito strano. Ne ho parlato con mia moglie e ho deciso di rifare i controlli. All’inizio dell’autunno sono andato dall’urologa degli Spedali Civili di Brescia. È stata professionale e tranquilla, ma ho capito che non era del tutto convinta della situazione: il PSA totale era leggermente sopra la soglia, mentre il rapporto Free/Totale del PSA — cioè la quota di PSA che circola in forma “libera” rispetto al totale — era basso. Mi ha consigliato di rifare un’ecografia entro sei mesi e di aggiornare le analisi del sangue.

Se anche tu stai notando cambiamenti che non ti spieghi, il consiglio più semplice che posso darti è: non tenerteli dentro. Parlane con chi ti è vicino e poi con il medico. (Sui sintomi del tumore alla prostata ho scritto una pagina apposta.)

Il sintomo che non potevo più ignorare

Poi è arrivato il sintomo classico, quello di cui parlano tutti: alzarmi di notte per andare in bagno, fino a cinque volte.

Voglio essere chiaro, perché è importante e non voglio spaventare nessuno: alzarsi spesso di notte è un disturbo molto comune ed è quasi sempre legato alla prostata ingrossata (l’IPB), non al tumore. Non è una prova di nulla. Ma un cambiamento va sempre controllato. Dentro di me, mettendo insieme tutti i pezzi, sentivo che qualcosa non andava.

Ho fatto una scelta che oggi rifarei: a Natale sono partito con la famiglia per il Mar Rosso. Volevo godermi i miei, ricaricarmi e affrontare con l’animo giusto e sereno quello che sentivo stesse arrivando. Ma non ho rimandato: ho prenotato subito l’ecografia per gennaio 2024.

L’ecografia che mi ha salvato la vita

A gennaio 2024 ho fatto un’ecografia prostatica di controllo all’Istituto Clinico Città di Brescia. Non immaginavo che quella visita mi avrebbe salvato la vita.

Il medico di turno, un urologo, è stato scrupoloso. L’ecografia in sé non ha trovato nulla. Ma lui ha guardato con attenzione tutti i miei esami e ha notato la stessa cosa che non tornava: il rapporto Free/Totale del PSA basso. E quando gli ho detto che mio padre e mio zio avevano avuto un tumore alla prostata, sono suonati i campanelli d’allarme. Mi ha consigliato una risonanza magnetica multiparametrica, un esame che studia in modo preciso e completo la prostata. Nel frattempo anche il mio medico di famiglia ha prescritto una risonanza urgente entro 14 giorni. Due cose, in fondo, mi hanno salvato: un medico che ha guardato oltre l’esame del momento, e la mia storia familiare.

Se in famiglia c’è stata questa malattia, diccelo sempre al medico: la familiarità è un fattore di rischio riconosciuto dalle principali fonti come l’AIRC. Ed è anche il motivo per cui i controlli contano davvero.

La risonanza e la parola che nessuno vuole sentire

La risonanza magnetica multiparametrica ha trovato una piccola area sospetta all’interno della prostata.

Sono tornato agli Spedali Civili e mi hanno chiamato nella stanza dei medici. Mi hanno spiegato che avevano visto una piccola area che andava indagata con precisione tramite una biopsia. È in quel momento che finalmente ti arrendi al pensiero di poter avere un tumore. E lì comincia la battaglia più difficile: quella nella testa.

La parte più dura, per me, è stata dirlo a mia moglie e decidere insieme di affrontare questo percorso uniti e forti, l’uno accanto all’altra. La testa, in questa fase, conta quanto il corpo: se ti senti travolto, sappi che è normale e che chiedere aiuto — anche a uno psicologo — non è debolezza, è intelligenza.

La biopsia: voglio essere onesto con te

La biopsia prostatica è un prelievo di piccoli campioni di tessuto dalla prostata, per capire con certezza se ci sono cellule tumorali. È l’esame che dà la risposta definitiva, quello che permette poi di curarti nel modo giusto.

Adesso voglio essere onesto, perché il non detto è ciò che spaventa di più. Per me la biopsia è stata l’esperienza più dura di tutto il percorso, fino a oggi. L’ho fatta in day hospital, con anestesia locale e senza sedazione. Gli ultimi prelievi, quando l’anestesia iniziava a calare, sono stati davvero fastidiosi.

Ma qui devo aggiungere una cosa altrettanto vera, e importante: ogni persona e ogni centro sono diversi. C’è chi la vive molto meglio di come l’ho vissuta io. In molti centri, oggi, la biopsia si fa con una forma di sedazione e con tecniche diverse. Dura poco. E soprattutto è il mezzo che ti dà la risposta precisa: senza quella risposta, non ci si può curare. Quindi il mio consiglio, da uomo a uomo, è questo: non lasciare che la paura di questo esame ti blocchi. Chiedi al tuo medico come viene eseguito e se è prevista la sedazione, e non avere timore di dire se stai provando dolore. Sei tu il protagonista, hai il diritto di fare domande.

Un’ultima cosa che ti risparmio come sorpresa: non stupirti se, subito dopo la biopsia, il tuo PSA schizza in alto. È una reazione normale all’esame stesso e non è, di per sé, un segnale che le cose siano peggiorate. Anche questo, come sempre, lo interpreta il medico.

Cosa succede dopo la biopsia (e cosa controllare)

Dopo la biopsia sono tornato a casa in giornata, con un giorno di antibiotico e l’indicazione di tenere sotto controllo la temperatura.

A casa mi sentivo intontito e stanco per l’esperienza. Ho dormito, ho ascoltato il mio corpo. Ed è stata la prima grande lezione di tutto questo percorso: non avere fretta, ogni cosa ha i suoi tempi.

Poi c’è la questione del sangue, che spaventa ma è quasi sempre normale. Ecco cosa mi è stato spiegato di aspettarmi:

  • Sangue nelle urine o nello sperma anche fino a un paio di settimane.
  • Lo sperma può assumere un colore brunastro per due o tre settimane.

Sono cose normali dopo la procedura. Attenzione però: se il sangue nelle urine è di un rosso vivo e abbondante, oppure se compare la febbre, il consiglio che mi hanno dato è di andare subito al pronto soccorso. Segui sempre, in ogni caso, le indicazioni precise che ti dà il tuo centro: sono loro il punto di riferimento.

Se adesso sei nel punto più duro

Se stai leggendo tutto questo mentre aspetti un risultato, o subito dopo aver sentito la parola “tumore”, voglio parlare proprio a te.

So cosa stai vivendo. Le ricerche su internet alle tre di notte, le pagine piene di termini che non capisci, la paura di non farcela, il peso di doverlo dire a chi ami. E magari anche un pensiero che ti gira in testa: “avrei dovuto controllarmi prima”. Fermati un attimo: non è il momento dei sensi di colpa. È il momento di guardare avanti.

Voglio dirti la verità, senza addolcirla e senza gonfiarla: il tumore alla prostata preso in tempo è, secondo fonti come l’AIRC e la Fondazione Umberto Veronesi, tra quelli con le migliori prospettive di cura. Io ne sono una prova concreta: due anni dopo, sono qui a raccontartelo. Ogni percorso è diverso e il tuo te lo dirà solo il medico, ma questa strada, molto spesso, si può fare e si arriva dall’altra parte.

E ricordati una cosa: non sei solo su questa strada. Un passo alla volta. Appoggiati a chi ti vuole bene, fatti seguire dai medici e, se ne senti il bisogno, cerca un sostegno psicologico. Non portare tutto sulle tue spalle.

Le domande che mi facevo anch’io

Un PSA intorno a 4 è pericoloso?

Da solo, no: il PSA è un campanello, non un verdetto. Serve a decidere se approfondire. Il suo significato dipende dall’età, dal laboratorio, dall’andamento nel tempo e dal rapporto Free/Totale del PSA (quanto PSA libero rispetto al totale) — ed è il medico a doverlo interpretare, non un numero su internet. Ne ho parlato meglio nella pagina “PSA alto: cosa significa davvero”.

Se in famiglia c’è stato un tumore alla prostata, lo avrò anch’io?

No, non automaticamente. Ma la familiarità aumenta il rischio, come ricordano le principali fonti come l’AIRC. Per questo è importante dirlo al medico e non saltare i controlli. Nel mio caso, sapere di mio padre e mio zio è stato decisivo. Approfondisci su ereditarietà e genetica.

La biopsia fa male?

Ti rispondo con onestà: può essere fastidiosa e nel mio caso è stata dura, ma le esperienze cambiano moltissimo da persona a persona e da centro a centro, e oggi in molti centri si esegue con sedazione. Chiedi sempre come viene fatta. Dura poco ed è l’esame che ti dà la risposta precisa.

Il tumore alla prostata si guarisce?

Scoperto in tempo, è tra i tumori con le prospettive di cura migliori (fonti: AIRC, Fondazione Umberto Veronesi). Ogni caso è diverso ed è il tuo medico a dirti la tua situazione specifica. Io, due anni dopo la diagnosi, sto bene.

Il prossimo passo

Il resto della mia storia — la scelta della cura, l’intervento, la ripresa — te lo racconterò nelle prossime pagine di questo diario.

Ma se oggi c’è una sola cosa che vuoi portarti a casa da qui, che sia questa: se sei preoccupato, parlane con il tuo medico di famiglia o con un urologo. Non rimandare per pudore o per paura. È il passo che ha salvato me. E se hai solo bisogno di sfogarti con qualcuno che c’è già passato, scrivimi: non sei solo.

Queste informazioni hanno solo scopo divulgativo e raccontano la mia esperienza personale: non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. Ogni percorso è diverso, e le decisioni sulla diagnosi e sulle cure spettano sempre agli specialisti che ti seguono.

Le domande che tutti si fanno

Risposte veloci, da uomo a uomo.

Un PSA alto significa che ho un tumore?
No. Il PSA può salire anche per l’ingrossamento benigno della prostata, un’infiammazione, l’età o lo sport. È un campanello, non una sentenza: serve a decidere se approfondire. Porta il referto al tuo medico o a un urologo.
Da che età controllare la prostata?
In genere una prima visita urologica intorno ai 50 anni, o ai 40-45 se in famiglia c’è già stato un caso. Il controllo di base è un semplice prelievo per il PSA e una visita. L’età giusta per te la stabilisce il medico.
La biopsia fa male?
È più un fastidio che un dolore: si fa in anestesia locale, in pochi minuti. È l’unico esame che dà la certezza. Spesso oggi si fa prima una risonanza per capire se e dove serve davvero.
Dopo l’intervento resterò incontinente?
Nella grande maggioranza degli uomini la continenza torna, spesso entro qualche mese. Gli esercizi del pavimento pelvico aiutano molto, e iniziarli prima dell’intervento accelera il recupero.
Tornerò a una vita sessuale?
Sì: diverso non significa finito. Il recupero è una maratona, non uno sprint, e serve pazienza. Esiste una vera riabilitazione, da impostare con l’andrologo. Tanti uomini tornano a una vita piena.
Il tumore alla prostata si guarisce?
Scoperto in tempo, ha ottime prospettive. Secondo AIRC la sopravvivenza a 5 anni supera il 90%. Io ne sono una prova: due anni dopo l’intervento il PSA è ancora non dosabile. La differenza la fa la diagnosi precoce.

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